mercoledì 10 febbraio 2010

Chirurgia estetica e civiltà della rimozione


Ancora vent'anni fa, la chirurgia estetica di cui si aveva notizia fra i comuni mortali era limitata alla correzione del naso o delle orecchie a sventola. Si pensava, se proprio c'è qualcuno che ha un tale complesso del naso da sopportare di farselo martellare via per poi ritrovarselo scolpito alla francese, non c'è molto da eccepire. Senza contare che la chirurgia estetica nasce per rendere servizi meritevoli: corregge labbri leporini, setti nasali deviati, malformazioni che creano disagio fisico e/o psicologico; rimedia a offese del corpo, procurate da incidenti o malattie.

Ma è evidente che nasce come estrema ratio a problemi reali, non indotti. E che è invece diventata ben presto la corte dei miracoli dell'intero baraccone mediatico.

Dove una volta c'erano bagni con latte d'asina (o sangue di vergine assassinata, se ti chiamavi Elizabeth Bathory) e filtri d'amore, ora ci sono il bisturi e le iniezioni di botulino. Le vergini e le asine ringraziano, ma certo si è perso molto in termini di mistero e di magia.

Se ne è guadagnato però in risultati. Madonna potrebbe sembrare nonna con i suoi 50 anni, invece appare ancora come la zia più grande che si mantiene in forma. Questo è rassicurante per tutti, perché i segni del tempo sono offensivi, scandalizzano.

Abbiamo bisogno di rassicurazioni che siano allo stesso tempo rivoluzionarie e piccine.

Le signore dell'alta società, danarose e avanguardiste, avevano già iniziato a farsi impiantare protesi al seno negli anni Sessanta, ma la cosa veniva taciuta. Fino a quando una protesi non fosse esplosa ad alta quota, nessuno ne avrebbe saputo mai niente. E si tacitavano le domande maliziose con la menzogna imbarazzata, raccontando di cure ormonali miracolose o sviluppi tardivi.

Poi improvvisamente, sotto i nostri occhi la chirurgia estetica diventa un’ossessione di massa.

Gli interventi correttivi non conoscono più limiti: dal seno all’addome, passando per le natiche, le borse sotto gli occhi e la cancellazione delle rughe. Qualsiasi sia la fascia sociale di appartenenza, nessuno si nega più per principio un finanziamento rateizzato per una parte del corpo nuova, quasi fosse un lusso necessario, se si passa la contraddizione in termini.

Sembra davvero molto lontano il tempo in cui erano le attrici e le esponenti del jet set a coltivare l’ossessione per il proprio aspetto, lasciapassare per una carriera e una visibilità il più lunga possibile (ed erano sempre loro a rinchiudersi in casa e non farsi più vedere in pubblico quando la beltà le abbandonava definitivamente). Queste infelici erano le uniche a intristirsi oltre misura per la loro avvenenza perduta, a non reggere il confronto con un mondo che non le guardava più ammirato e non stendeva più il tappeto rosso al loro passaggio, ma al limite gli cedeva il posto sul tram.

Tutte le altre, più pragmatiche o meno dotate da Madre Natura, che non avevano conosciuto i sospiri degli ambasciatori e degli uomini del bel mondo, entravano nella fase della matrona e se la vivevano in tutta tranquillità, pure con un certo sollievo per essere finalmente esonerate dall’imbellettamento e dal confronto obbligato con le altre donne.

Incredibilmente, oggi è la gente comune ad ingaggiare la stessa lotta contro il proprio corpo. Senza nessuna ragione plausibile, di colpo il comune cittadino, ma più precisamente la comune cittadina, sente di dover corrispondere lo stesso standard estetico una volta confinato agli dei dell'Olimpo - le star del cinema, della musica e della televisione - in cambio di non meglio specificati benefici sociali. E il grande inganno sta tutto nella frase che ogni aspirante al bisturi ripete, che come un mantra rimbalza dalle riviste femminili ai salotti televisivi: “Lo faccio per me stessa, per sentirmi più a mio agio col mio corpo”.

La cura estrema di sé si rivela un business tanto più lucroso quanto più fondato sulle insicurezze delle donne, che sono potenzialmente infinite. Insicurezze che vengono nutrite da quella che possiamo definire società di Photoshop, mutazione della ormai datata società delle immagini.

La perfezione estetica richiesta in particolare alle donne è uno dei tanti frutti avvelenati riservati all'altra metà del cielo nell'arduo cammino del post femminismo. Sembra che ogni conquista femminile sia stata nel tempo castrata e trasformata nel suo opposto, senza che le donne fossero in grado di opporre una reale resistenza. Nelle ragazzine il senso di inadeguatezza è talmente radicato che arrivano a richiedere un seno nuovo come regalo per i 18 anni e gli adulti le accontentano.

La liberazione del corpo è stata sapientemente guidata fino all’ossessione per la perfezione fisica.

Va ricordato che le donne di tutte le epoche hanno sempre rincorso il sogno di essere le più belle del reame, una delle rare occasioni di potere femminile (che non a caso, pone le donne in competizione l'una contro l'altra). Allo scopo, avevano dalla loro tutta una serie di trucchi e di astuzie per tenere a bada le ingiurie del tempo e i difetti. I cosmetici, l’abito, l'acconciatura, le luci. Ma era una messa in scena, una recita. E per quelle poche fra loro che ricercavano l’autenticità a scapito dell’apparenza, ha parlato per tutte Anna Magnani, quando disse al suo truccatore che voleva coprirle le rughe prima di una scena: “Lasciamele tutte. Ci ho messo una vita a farmele venire”.

Va da sé che ci vuole tempra, per tenersi le rughe, con tutto quello che rappresentano.

Ma l’attuale impermeabilità alla vecchiaia è totale. La vecchiaia è troppo prossima alla morte per essere contemplata nella società di Photoshop, che è anche e soprattutto società della rimozione.

Ma se la vecchiaia non riesce a raggiungerci più neanche nella rappresentazione, è molto difficile imparare a gestirla, a considerarla una fase della vita da affrontare coi mezzi che abbiamo a disposizione e probabilmente crolleremo quando ci si presenterà davanti. Correremo a farla rimuovere, dolorosamente, dal bisturi. Non ci daremo pace.

Dove sono finite le Titine de Filippo, le sore Lelle? L’espressività di un’attrice può essere sacrificata in cambio di un volto levigato? Perché ci sono stangone mummificate e inguainate a presentare i programmi televisivi e mai vecchine coi capelli azzurati? Ma le signorine buonasera che sembravano rassicuranti zie, dove sono?

Sarebbe bello avere modo di abituarsi di nuovo alla realtà. Per favore.





domenica 28 giugno 2009

Le Bestie di Satana IV parte - I Fatti 1


Nel gennaio del 2004 Mariangela Pezzotta viene uccisa dal suo ex Andrea Volpe con l’aiuto della nuova fidanzata Elisabetta Ballarin, in uno chalet di proprietà della famiglia Ballarin a Golasecca, nel Varesotto.

Con questo omicidio, si apre ufficialmente la caccia alle cosiddette “Bestie di Satana”, l'inquietante nome coniato dai media per l’occasione. Ad oggi, si continua a parlare di setta nonostante dalle sentenze sia stata stralciata l'accusa di associazione a delinquere per tutti gli imputati.

Ma che cosa è successo allora?

Questa è la storia di un pugno di ragazzi che hanno commesso omicidi senza senso. A un certo punto viene tirato in ballo nientemeno che il Diavolo in persona e da lì si è aperta la voragine. Perchè se ci si mette di mezzo il diavolo poi niente è impossibile. E dato che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, si può perfino evitare di dare spiegazioni credibili o fornire un qualsivoglia movente e magari anche accusare altri che non erano presenti di aver “ispirato” gli omicidi nel nome del demonio.

Questa è una storia purtroppo ancora aperta, anche se tutti la vogliono solo dimenticare.

Andrea Volpe viene dunque colto in flagrante per l’omicidio della Pezzotta. E c’è ancora il padre di Fabio Tollis che gli alita sul collo dal giorno in cui è sparito il figlio, nel lontano 1998, e che non ci mette molto a fare due più due. La madre di Chiara Marino, l’altra vittima del duplice omicidio insieme a Fabio Tollis, in una puntata di “Chi l’ha visto” aveva affermato che dei satanisti, in particolare Paolo Leoni, avevano traviato sua figlia. Tutta la simbologia satanista di chi suona heavy metal e gravita intorno al Midnight pub di Milano c’era già, pronta all’uso per i giornali e i salotti televisivi. Dopo giorni di confusione e racconti fumosi, Andrea Volpe sa cosa dichiarare. Che la setta esisteva. Che nella setta tutti erano più importanti di lui. Che lui ha ucciso sì, ma solo perchè gli era stato ordinato. Che non ci si poteva opporre alla volontà del gruppo, altrimenti si faceva una brutta fine.

Ma chi faceva parte della setta? Sicuramente le persone che hanno partecipato con lui all'omicidio di Fabio e Chiara e poi anche qualcun altro che quel giorno non c’era, qualcun altro da buttare nel calderone.

D'altronde, lo ammette lui stesso nella registrazione di un suo colloquio in carcere col padre il 18/02/2004, dagli atti : “io, pa’, se la gente mi infogna, io tiro dentro un sacco di gente, mi invento nomi a palla, dico: “C’eri anche tu”, eh, alla fine io posso dire così.” Ma nel processo d’appello questa circostanza non ha assunto “alcun rilievo in quanto precedente l’inizio del protratto e travagliato percorso che lo avrebbe portato alla scelta collaborativa”, come ha sottolineato la sentenza.

Stessa sorte per un'altra intercettazione interessante del 24/06/04 è stata raccolta nella cella di Mario Maccione, reo confesso anche lui, l'unico minorenne all'epoca dei fatti : MARIO - (...)che Volpe, conoscendolo, lui non andava da solo in carcere, hai capito?

COMPAGNO DI CELLA–Beh, c’ha Sapone, c’ha quell’altro.

MARIO–Lui coinvolge gli altri, anche se non c’erano. A me non ha potuto con Mariangela, perché dalla... l’intercettazione mi ha salvato... col telefono no?”

Anche Nicola Sapone, intercettato il 19/10/04 a colloquio col padre, afferma: “Di Mario (Maccione, ndr) non me ne frega un c... Ma Ozzy, Eros e Marco (Zampollo, ndr) non c'entrano, perchè devo andare a raccontargli palle?”. Eppure.

Eppure per qualche motivo, gli inquirenti della procura di Busto Arsizio prima e di Monza poi, insieme con i media tutti, si affezionano da subito alla versione dei fatti data dal Volpe, quella della setta, dell'assenza di movente nel nome di Satana, e della chiamata in causa di persone che non erano nemmeno presenti sul luogo dell'omicidio né nel primo caso (omicidio Tollis-Marino), né nel secondo (omicidio Pezzotta), indicate e poi condannate come “ispiratori”. Tre persone che si stanno facendo quasi 30 anni di carcere su prove indiziarie e che continuano a dichiararsi innocenti. L'unico che sempre c'era e sempre agiva era lui, Volpe, che alla fine dopo tre omicidi è stato condannato a 20 anni con rito abbreviato e che se tutto va bene sarà fuori molto prima, a parlare nelle trasmissioni televisive come già ha cominciato a fare, nella parte di quello ravveduto. Quello che è stato messo in mezzo.

Nel rileggere a ritroso la storia, vien da pensare che Volpe non abbia bisogno di essere “ispirato” da nessuno, per uccidere, e che faccia tutto benissimo da solo.

E viene anche da pensare che Volpe sia uno che fa fede al suo nome.

Marco Zampollo di Brugherio, Eros Monterosso di Sesto San Giovanni e Paolo “Ozzy” Leoni di Corsico sono stati condannati come ispiratori dell’omicidio Tollis-Marino e accusati di essere membri di una setta satanica un po’ strana, assolutamente ignorante riguardo i riti esoterici e fondamentalmente contraddittoria sui propri scopi e regole interne. Leoni ha da sempre avuto la colpa di essere inviso alla famiglia di Chiara e indicato come uno che aveva rovinato la figlia; e soprattutto, di avere per padre un presunto satanista, ora defunto, che aveva compiuto un omicidio per motivi passionali nel 1985 a Trezzano sul Naviglio. Fu poi condannato e rinchiuso nell' ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere in quanto schizofrenico. E’ quindi molto facile indicare in “Ozzy” la mente della setta, il capo carismatico, nonostante la sera dell’omicidio Tollis-Marino fosse tranquillamente al Midnight, il pub di Milano dove ci siamo ritrovati tutti quanti negli anni ’90 a tirar tardi se appena appena ascoltavamo musica heavy metal, “satanisti” oppure no. Non si è riusciti a provare che “Ozzy” sia mai stato realmente presente a qualche riunione della setta: anzi sì, perché si prese per buona la dichiarazione del suo caporeparto alla Metro di Cesano Boscone, che teorizzò la possibilità tecnica, per un dipendente, di assentarsi un sabato pomeriggio per qualche ora senza che nessuno se ne accorgesse; “tuttavia in 35 anni non è mai capitata una cosa del genere, che io sappia”, disse in tribunale. Basta tanto poco per far crollare quello che in altre circostanze sarebbe un alibi inattaccabile. La conclusione del tribunale di Busto Arsizio aderisce al teorema dei pm, ossia ritenere che l'imputato, il quale ufficialmente risultava essere al lavoro, verosimilmente riuscì a sgattaiolare via senza essere visto, giusto in tempo per essere presente alla riunione in Fiera di Senigallia a Milano, per decidere di un omicidio che poi non commetterà.

Cominciamo dalla fine: la sera del 24 gennaio 2004 Andrea Volpe, durante un weekend chiuso in uno chalet a Golasecca con la fidanzata Elisabetta Ballarin, impegnati entrambi a conciarsi da buttar via assumendo svariate sostanze, decide di chiamare la sua ex Mariangela Pezzotta, cui era solito spillare soldi da anni, per chiederle di raggiungerlo allo chalet, forse proprio con lo scopo di farsi consegnare altro denaro.Qui la uccide a colpi di pistola, magari a seguito di un suo rifiuto, inaccettabile per un tossico, in particolare dalla normalmente mansueta e cedevole Mariangela. Poi i due fidanzati, strafatti, cercano di seppellire la vittima ancora viva nella serra adiacente, ma decisamente non ne sono in grado, e la lasciano con i piedi che sporgono fuori dal terreno. Volpe, in preda al delirio, chiama Nicola Sapone: con tono concitato, gli dice semplicemente di venire subito.

E quello arriva. La versione di Sapone è di essersene andato via dopo pochi minuti, non appena resosi conto dell'incresciosa situazione e della pericolosità di volpe, tanto che Elisabetta Ballarin non l'avrebbe neppure incrociato (circostanza confermata dall' avvocato Cramis, legale di elisabetta, durante un' udienza del dicembre 2005), dichiarando “Io non sono mai stato qui”. L’ingenuo.

La versione di Volpe è che Sapone abbia finito Mariangela a badilate, poi l’abbia seppellita lui stesso e che infine sia stato sempre lui a comminare al Volpe l’omicidio della sua ex. E quale sarebbe il movente del Sapone? Satana, in primis.

O anche, che c’era la necessità di far fuori Mariangela perché forse sapeva qualcosa dell’omicidio di Fabio e Chiara. In ogni caso, il Sapone era sicuramente lucido, quella sera, a differenza degli altri due. Si suppone che sarebbe stato almeno in grado di seppellire Mariangela per intero.

Fatto sta che il Sapone a un certo punto se ne va davvero e gli altri due si fanno ritrovare dai carabinieri a bordo della macchina della vittima, impastati contro il parapetto di un ponte, nel tentativo di sbarazzarsi dell’auto. Da lì in poi, è tutto un delirio di spiegazioni confuse, fino a quando dalle parole di Volpe si delinea l’idea della setta e degli omicidi nel nome del diavolo.

Volpe non ha molto da perdere e tutto da guadagnare nel dimostrarsi collaborativo: rende possibile il ritrovamento dei corpi di Fabio e Chiara nei boschi di Somma Lombardo, sollevando i genitori dei due ragazzi dalle tormentose e inutili indagini che avevano intrapreso per anni nella speranza di rivederli.

Grazie a questo, diventa ufficialmente un teste attendibile. La posizione pare piacergli molto e non si fa pregare nel fornire dettagli. Ricorda con precisione molte circostanze ovviamente indimostrabili, ad esempio le parole di Marco Zampollo, la cui presenza sarebbe altrimenti sempre nebulosa e di contorno assolutamente marginale, ma che a seguito del suicidio di Andrea Bontade, schiantatosi con la macchina, avrebbe detto: “Finalmente una cosa fatta bene”. Queste parole riferite dal Volpe sono la condanna al carcere a 26 anni per Marco Zampollo, dato che dagli atti non risultano praticamente altre circostanze in cui abbia avuto una parte attiva. Lui gravita quegli stessi posti degli assassini e li conosce, parla con loro al telefono in comunicazioni normali, di servizio, dove sei, cosa fai, vediamoci lì. I suoi più stretti contatti sono con Monterosso e Sapone. Poi viene Maccione, un poco anche Ozzy. Volpe praticamente mai. Conosce anche le vittime, in particolare Fabio. La tesi che lo condanna, insieme alle parole del Volpe, è: “Non poteva non sapere”. Si dice ogni tanto, vagamente, che lui era presente, ad esempio nel formare il pentacolo in certi riti improbabili.

Anche la madre di Chiara Marino ricorda con precisione e dichiara al processo che lui si presentò a casa loro insieme a tutti gli altri per consolarla, poco dopo la sparizione della figlia. Anche se, bisogna dire, la cosa di per sé non avrebbe costituito reato, era comunque falsa: Zampollo ha dimostrato durante il processo di essere stato in ospedale in quel periodo e subito dopo a casa in convalescenza, impossibilitato a muoversi. Lui in qualche modo c’era sempre, anche quando non c’era, proprio come Leoni.

Zampollo e Monterosso, altra figura nebulosissima, sono due che vengono sempre aggiunti in fondo, alla fine, in qualsiasi articolo di giornale, negli atti del processo, nei racconti dei pentiti che di solito si concludono con: “… e poi c’erano Zampollo e Monterosso”. Ricordi cosa hanno detto o cosa hanno fatto in una qualunque delle situazioni oggetto del processo? “No”.

Nebulose anche le risposte del Volpe, punteggiate di “non ricordo” o “ero sotto l’effetto di stupefacenti”, quando si tratta di rispondere a domande dettagliate sui fatti di cui è lui il protagonista o nel circoscrivere elementi precisi di riscontro alle sue parole. Ad esempio, c’è tutto un tira e molla sulle badilate date a Mariangela Pezzotta, che prima sarebbero segni del “cane Susy che le ha mangiato la faccia”, infine sarebbero state inferte dal Sapone. Per non dire delle accuse, poi ritrattate, verso la Ballarin, che prima era stata solo a guardare senza capire cosa stava succedendo, poi era a conoscenza della setta che aveva ordinato il sacrificio di Mariangela, e infine no, lei non c’entrava per niente.

Un’altra cosa certa è che la Ballarin nella sua testimonianza accusa solo Volpe e non Sapone. E' anche evidente che Nicola e Elisabetta avevano un rapporto di simpatia reciproca e amicizia, mantenuto anche dal carcere, dal quale continuano a scriversi lunghe lettere. Certo la cosa non doveva far piacere a Volpe. Forse anche per questo, le sue confessioni sono caratterizzate da un continuo scaricabarile nei confronti di Sapone. Ma quali che siano stati i loro effettivi rapporti, a un certo punto l’ansia di Volpe di salvaguardare sé stesso a scapito di Sapone, l’ha condotto a un passo falso talmente grossolano che finalmente qualcuno ha dato l’alt ai suoi sproloqui. Il Volpe ha infatti accusato Nicola Sapone anche di un omicidio del 2000 ai danni di un pregiudicato colluso con la 'ndrangheta di nome Antonio Grasta, che fu trovato cadavere nei boschi di Lonate Pozzolo mentre è dimostrato che il Sapone era in vacanza a Cuba. E per ironia della sorte, fu proprio Volpe ad accompagnarlo all'aereoporto. Ora è in corso il processo che vede Andrea Volpe imputato di calunnia nei confronti di Nicola Sapone. Un’eventuale condanna, porterebbe a rivedere finalmente l’attendibilità di Volpe come teste e a far aprire un’istanza di revisione del processo anche per Leoni, Zampollo e Monterosso.

Da Il Faro Magazine

domenica 24 maggio 2009

Eppur si muove


Qualche sabato fa sono andata al matrimonio di una collega molto, molto credente. E il marito peggio di lei.
Per cui, ci siamo sorbiti una cerimonia lunga un'ora e 40 minuti (ebbene sì: un'ora e 40 minuti), in cui non si è parlato mai dei due sposi e del coronamento del loro amore, bensì dei doveri del matrimonio, ovviamente tutti declinati al femminile. Poi c'è stato spazio per una polemica contro la modernità e il concetto di libertà, che deve invece essere sostituito dal concetto di obbedienza e di sottomissione (della donna), perché ciò che dice il vangelo è verità, non opinione, e l'unico scopo che abbiamo tutti nella vita è quello di salvarci l'anima secondo i dettami della chiesa.
Tutto questo, prima di cominciare la cerimonia, proclamata a gran voce di tipo tradizionale, il che vuol dire, secondo le istruzioni per l'uso dettate dall'officiante:

a) omelia interamente in latino (disponevamo di un libretto con traduzione a fronte, di cui avremmo fatto volentieri a meno, dato che esibiva tutti i passaggi più retrivi delle famigerate lettere di san Paolo agli apostoli). Il filo comune era, ça va sans dire, la sottomissione della donna. Cito a memoria (fallace): "perchè dio ha creato l'uomo a sua immagine e poi dal corpo dell'uomo prese una costola per creare la donna, così che fosse d'aiuto all'uomo".
Donne create per il piacere e la cura dell'uomo, questa interpretazione del vangelo, lo si ben sa, è molto in voga ancora dopo 2009 anni: lo sentiamo tutti i giorni dai gossip e le cronache.
Non è stupefacente?
Poi ovviamente c'erano indicazioni del tipo: vincolata a un solo talamo (la donna), obbediente, rispettosa, riservata, ecc. ecc., una lista pressoché infinita. Indicazioni per lo sposo? Una sola: quella di amare la sua sposa. Comodo. Il matrimonio declinato al maschile sembra una vera pacchia così. Declinato al femminile, sembra più un giogo infernale.

b) la comunione si riceve in ginocchio, l'ostia esclusivamente in bocca e non nelle mani.
Poi, avvertenza (per le donne): bisogna essere vestite decorosamente.
Sono anni che non faccio la comunione. Non ho intenzione di riprendere ora.
Specie dopo che ho visto una vecchia che a malapena si reggeva sulle gambe, doversi inginocchiare a fatica. E il prete impassibile che la guardava aspettando.
D'altronde che gli frega a lui, visto che gran parte della cerimonia l'ha passata voltato verso l'altare, a dar la schiena ai convenuti. Bah.


Questo è il nuovo corso di Ratzinger, fare carta straccia del Concilio Vaticano II.


La sera, ho fatto un salto alla Fornace, un centro sociale di Rho appena rioccupato dopo lo sgombero.

C'era il dj set per festeggiare. Qui ho beccato un tipo che conosco e che sta dentro il collettivo.
ci spiegava di come è stato rioccupare, di come si stavano organizzando per il futuro.
Dentro e fuori, pieno di gente.
Lo scopo della Fornace, ora, è quello di opporsi alle politiche per l'Expo 2015, oltre a creare spazio per iniziative culturali e di aggregazione in un territorio altrimenti in balia del soldo, degli appalti, delle mafie, del caporalato, della corruzione e della sverniciatura "european-style/only business oriented" che si vuol dare alla zona. Per cui la parola d'ordine è concretezza: non ci piace questo, ci opponiamo a quello. Fatti. La politica è strettamente legata al territorio. E il mio amico glissava sul fatto che il giorno dopo ci sarebbe stato lì dietro un comizio di Satana La Russa in persona.
"No, non organizziamo nessun tipo di contestazione. Che parli pure. Perchè andare a perdere tempo? Poi si rischia che la gente non ti capisce. Sono tutti pronti a darti la patente del facinoroso. Non aspettano altro".

Sul momento la cosa mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca, ma solo lo spazio di digerire che le cose cambiano. Solo lo spazio di pensare infastidita che i fascisti parlano nelle piazze e alla gente gli sta bene così e che fino a qualche anno fa non sarebbe andata così liscia.
Ma invece va bene così. E' esattamente così che deve essere: superamento delle ideologie (fino a un certo punto, ovvio: non sono accettabili saluti romani dai ministri o ronde di nostalgici filo nazisti, non scherziamo). Ma ciò che intendo è che così devono essere le realtà alternative sul territorio, questa è la vera trasposizione del motto "Think globally, act locally".
Le politiche per l'Expo rappresentano tutto il marcio che sta dietro al turbocapitalismo mafioso all'italiana, corredato di disprezzo verso il cittadino, la comunità e il territorio. Mazzette a gogò, cementificazione e poc'altro. "Migliaia di posti di lavoro", dicono, sì, precari però, e lottizzati e caporalati e risparmio sulla sicurezza.

Così in una giornata sola ho visto come è cambiata la chiesa e come sono cambiati i centri sociali. C'è chi guarda avanti e c'è chi guarda indietro.
La chiesa volta le spalle ai fedeli, i centri sociali lasciano parlare un nemico.
Non c'è più religione.

domenica 15 febbraio 2009

Robert Frank, lo straniero americano




Robert Frank è prima di tutto uno straniero perchè nato in Svizzera e uno svizzero è straniero da qualsiasi parte, figuriamoci in America. Poi, come tutti gli stranieri, viene a guardarti qui dove vivi e quando ti osserva il suo sguardo è disincantato ma non del tutto estraneo, dato che è venuto fin qui.

Si dice che Robert Frank fosse già famoso per i reportage ma che poi decise di darsi all'osservazione della quotidianità e alla foto d'arte, inerpicandosi su una strada impervia che perdona poco, ma che invece gli rese giustizia quasi subito con il successo della mostra “Les Américains” a Parigi. Il suo viaggio on the road, durante il quale ne sviluppò le immagini, non fu certo un on the road qualsiasi ma realmente degno di questo nome, dato che per accompagnatore aveva un tizio di nome Jack Kerouac. Poi è diventato anche regista, ma questa è un'altra storia.

Cosa vede e cosa pensa uno straniero che si fa americano tra gli americani?
“E' il malinteso ad essere importante”, ci avvisa. E forse questa regola vale in tutto il mondo.
Nel 1948 le donne con il trench stanno a fumare nella vetrina di una caffetteria di NY, le strade sono lunghissime e affollate e le pozzanghere riflettono i grattacieli.
I toni del grigio sono morbidi, quasi una onnipresente foschia, mentre i juke box risplendono di luce propria. Nel New Jersey ci sono signori che indossano la tuba e da qualche altra parte, a Detroit, come nel Montana, i popolani si bagnano al fiume oppure pigiano tutta la famiglia in macchine roventi (1956). In America si guida molto, o quando tutto manca si prende il tram e si sa che le facce sui tram sono sempre incredibili.

Robert Frank è riuscito a sorprendere delle immagini che si fanno storia e cronaca e spaccato di società, come quella della bimba che corre nuda trascinando una bandiera americana svolazzante, mentre un ragazzino allibito legge da un giornale che titola MARYLIN DEAD. Come dire che nel suo momento di massimo splendore, più spensierata che mai, l'America muore. Forse anche questa è una regola che vale un po' dappertutto.

Poi ci sono i collage graffiati incisi coperti di scritte e non ce n'è uno che non ti faccia venire il magone. C'è quello per gli amici scomparsi, “so that we remember – a little bit longer” e un altro, diviso in riquadri, ancora più martoriato perchè raffigura i malati e il dolore dell'ospedale di Halifax. C'è tutta un'umanità dolente che non fa altro che ciondolare in giro, alla fin fine, forse proprio questa è l'America per Robert Frank.
La foto più rappresentativa, in questo senso, è quella che ritrae l'alba del giorno successivo al 4 luglio: in un paesaggio spettrale gli ubriachi giacciono sulla spiaggia di Coney Island, presidiata da un'inquietante torre.

Poi arriva la fase concettuale, ma purtroppo per Robert Frank non c'è niente che possa essere significativo quanto l'umanità dolente e ciondolante nei paesaggi grigi a cui ci ha abituato.
Per cui sembrano tirati per i capelli certi giochetti del 1977 come “Parole” che raffigura delle stampe fotografiche stese ad asciugare al sole. O peggio ancora il trittico “La fede e l'amore sono ciechi” (1981), dove una maschera dagli occhi cavi pende da un albero.
Il che può voler dire una cosa sola, ossia che i giorni con Jack Kerouac sono ormai lontani.

lunedì 22 dicembre 2008

Arbeit macht frei


L'impiegato della postazione n. 48 si siede alla sua scrivania tutte le mattine alle 9 in punto. Si stropiccia gli occhi e si toglie la giacca, poi si accoccola sulla sua sedia con soddisfazione mista a rassegnazione. Sotto la sua finestra sfilano i disoccupati. Scioperi non se ne fanno più: ma i disoccupati sfilano per le strade 2 volte al giorno, alle 9 del mattino e alle 18 la sera. L'impiegato della postazione n. 48 si sporge per guardare il procedere della massa che strascica i piedi sulla strada e va avanti, senza mai fermarsi, se non alla fine del percorso stabilito.

Tutti pensavano che fosse un'iniziativa estemporanea, non poteva durare, si sarebbero stancati, prima o poi. Sfilare, perchè? Non si ottiene nulla, tanto. Questo era il mantra che circolava di bocca in bocca. Ma sono mesi che sfilano, ormai. All'inizio scandivano slogan, urlavano, era impossibile non accorgersi di loro, quando ti passavano sotto la finestra. Impossibile non staccare gli occhi dal computer e farsi percorrere da un brivido, un sudore freddo che rimbalzava negli occhi di tutti i colleghi, ci si guardava in faccia senza dire nulla e ognuno dentro di sè pensava: "anch'io avrei potuto essere tra loro... e forse presto lo sarò".


La ditta non navigava in buone acque. Nessuna ditta, d'altronde.
E quelli continuavano a sfilare, silenziosi e compatti. Loro che erano rimasti, loro che avevano ancora un posto di lavoro, i fortunati, per così dire, non si sentivano poi tali. Le cose cambiavano di giorno in giorno. I prezzi aumentavano, le condizioni economiche rimanevano drammaticamente stabili, quando non peggioravano. Erano in bilico. La loro posizione era dannatamente scomoda. Dovevano lottare con le unghie e coi denti per rimanere lì dov'erano, bloccati in un lavoro che in fondo non gli era mai piaciuto. L'atmosfera era pesante, stavano tutti a guardarsi le spalle di continuo. Avevano smesso certi scherzi, certe abitudini, certe battute, non era il caso. Anche certe prese in giro, certe alzate di testa avevano fatto il loro tempo. Meglio non rischiare.

L'impiegato della postazione n.48 si sorprendeva incredibilmente a pensare che forse, a volte, è meglio sfilare per le strade e non avere nulla da perdere piuttosto che ingoiare e andare avanti a tirare la carretta per un "privilegio" che fa sentire così a disagio. E non aveva nemmeno più il diritto di lamentarsi. Si ritrovò a pensare che quando a qualcuno, in questa nostra società, togli pure il diritto di lamentarsi, allora sai per certo che sono cazzi acidissimi.


L'impiegato della postazione n. 48 pensava questo, ma poi tremava alla sola idea di poter davvero finire con gli altri a sfilare sotto quella finestra. C'erano delle battute idiote che circolavano tra i colleghi, come per per esorcizzare quelle paure, in genere durante la pausa caffè, cose tipo "magari un giorno ci prendono alle spalle e ci scaraventano dalla finestra, giù in mezzo a quelli che passano di sotto, così non devono sprecare neanche la carta della lettera di licenziamento!" Risate. E un brivido freddo che passa da uno sguardo all'altro per poi affondare rapidamente in un bicchierino di caffè bollente.

Al telegiornale non si dice più niente sulle sfilate dei disoccupati, il cui nome mass mediatico è un altro ovviamente, "sfaccendati". Si parla di "gruppi di sfaccendati", ma è chiaro che non sono gruppi, è una massa che aumenta di giorno in giorno.
Un giorno, l'impiegato della postazione n. 48 guarderà fuori dalla finestra e vedrà la città andare in fiamme. Un giorno.

domenica 2 novembre 2008

La Belle Epoque, Arte in Italia 1880-1915



Pavia, Scuderie del Castello Visconteo fino 14 dicembre 2008

I bei tempi andati, spesso vagheggiati, sono allestiti qui. Una sessantina di dipinti, qualche affiches e una carrellata di filmati di inizio secolo, a celebrare la neonata rivoluzione dei fratelli Lumière, ispirano malinconia e interesse per i germi della società moderna, intravisti fra gli svaghi della borghesia e i contrasti a cavallo fra Positivismo e del Decadentismo, la fine del Secondo Impero, la nascita della Fiat e L'Esposizione Internazionale di Parigi.

Il tutto rimane concentrato sulla nostra penisola, un ambito un po' ristretto forse e ci si domanda perchè anche in queste mostre dal tono minore, seppur affascinanti e meritevoli, l'ingresso sia sempre tanto caro (9 euro). Non parliamo di una grande mostra internazionale, ma di un piccolo gioiello che tutti dovrebbero avere la possibiltà di gustare. Trovo che l'ingresso ai musei dovrebbe essere gratuito o comunque accessibile a chiunque. Chissà se il ministro Bondi, oltre a scrivere poesie su “Vanity Fair”, vorrà raccogliere questo grido di dolore.

Perchè vale davvero la pena di immergersi in un'atmosfera di abiti, voile, cappellini, sorrisi, pose gioiose e affascinanti, mondanità e joie de vivre. I grandi sogni, le grandi aspirazioni per il futuro nascono qui e non son mai morte, anche se la Grande Guerra ci è quasi riuscita a spazzarle via, ma no, il riverbero è giunto fino a noi e ha sorretto gli animi di tutti quelli che per farsi forza hanno sempre guardato ai “bei tempi andati”.

Erano anni in cui alla fiducia nell'industria e nei nuovi miti del consumismo (ben rappresentati dalla affiches pubblicitarie, a opera di artisti quali Dudovich) si affiancava un certo codice di maniere di stampo preindustriale, e dal contrasto nacque il fermento. Gli artisti restano incantati dalle coquette, le signore alla moda, dalla fantasmagoria dei nuovi svaghi della ricca società borghese e dipingono passeggiate in carrozza e a cavallo (Luigi Gioli), signore in bicicletta al parco (Federico Zandomeneghi) o inconsueti interni borghesi (“La signora Ojetti al pianoforte”, di Oscar Ghiglia, 1910 - un ambiente moderno e dal design pulito, lontano anni luce dalla ottocentesca, tristanzuola e opprimente paccottiglia). “Le signore dalla modista” (Federico Zandomeneghi, 1904) si intrattengono in un rituale femminile salottiero. Le ossessioni verso l'altra metà del cielo, riscoperta sotto una nuova luce, non si contano: le signore son spiate ovunque, mentre chiacchierano, mentre prendono il tè e soprattutto l'attenzione verso il loro abbigliamento, inteso come arma di seduzione è altissima. Vittorio Matteo Corcos non si perde un dettaglio della sua “Donna elegante a Saint Malo” (1883), con i guanti di pelle, l'ombrello sottile, il copricapo a falde chiuso da una fibbia dorata, riprodotti con minuzia mentre lo sfondo rimane indistinto.

La bella vita nasconde nuove insidie, certe signore hanno l'aria vampiresca di chi vuole rubarti l'anima e coltivano nuove abitudini decadenti, come mostrato ne “Le morfinomani” di Serafino Macchiati (1905), distese su un divano, l'una caduta in un sonno profondo, l'altra con l'aria allucinata. Le donne fumano e seducono e escono dalle case per frequentare il luoghi sociali rendendoli magici e strani per gli uomini che le osservano, tanto da creare strani fenomeni: “Al Caffè” (1906) Pompeo Mariani porta su tela un luogo buio e anonimo, dove per incanto la gioiosa confidenza di due belle signore sedute a un tavolino crea un alone di luce che le avvolge e le fa risplendere in quel luogo buio.

Il dipinto che rappresenta la mostra è “Mondanità o all'uscita del veglione”, (Aroldo Bonzaghi,1910), quasi il crepuscolo della Belle Epoque. La borghesia avanza affascinante, sicura di sé, meravigliosamente agghindata, mai sazia di bellezza, divertimento, agio, trasgressione. Avanza a testa alta, ben conscia dell'invidia che sucita, verso le magnifiche sorti e progressive cui crede di aver diritto per nascita, come nuovi dei della società.



venerdì 26 settembre 2008

Sono loro che guardano noi!


Non posso più guardare i politici in tivù. Questo perchè sono inguardabili e inascoltabili. Posso sapere le notizie solo da Internet. L'altro giorno per un attimo ho intravisto Gasparri a "PrimoPiano". A parte lo stupore di vederlo e saperlo ministro, chè sembra sempre sia la controfigura di Neri Marcorè. Prima hanno fatto vedere un servizio, in cui un giornalista intervistava il direttore e i redattori di "Liberazione", che rischiano la chiusura perchè Gasparri (ossia il governo che muove i fili che gli escono dalla schiena) vuol tagliare i fondi per l'editoria. Questa è un'altra idea malsana per cui mi ero trovata in disaccordo con Beppe Grillo e le sue leggi di iniziativa popolare, fra cui anche l'abolizione dell'albo dei giornalisti, come se fosse davvero quello uno dei problemi della democrazia di questo paese. Comunque, detto fatto, il governo accontenta Grillo, il che dovrebbe far riflettere sulla bontà dell'idea di base, perchè, è evidente a chi non è completamente stolto e/o in malafede, che se si tagliano i contributi pubblici all'editoria (a fronte di ben altri sprechi, ça va sans dire), rimangono in vita solo i giornali:

a) del padrone;
b) che possono contare su consistenti entrate pubblicitarie, ossia che sono asserviti alle multinazionali e al mercato e alle marchette necessarie a non scontentare l'inserzionista;
c) che sono in ottimi rapporti con chi gestisce la raccolta pubblicitaria del nostro paese in modo praticamente esclusivo, ossia Publitalia, per cui torniamo al punto a).


Difatti, manco a dirlo, chi rischia al momento è Liberazione, Il Manifesto, forse anche la Padania, che però ho l'impressione che sotto questo governo troverà il modo di cavarsela.
Nel servizio di "PrimoPiano", Sansonetti, il direttore di "Liberazione", si appellava all'idea di un pluralismo che vada garantito e non soppresso in un regime democratico, affermando che anche l'elettore di destra è garantito dall'esistenza di voci antagoniste ecc. ecc. Bene, la telecamera torna sul conduttore della trasmissione che chiede a Gasparri che fine farà il pluralismo e perchè si fanno tagli sull'editoria piuttosto che sugli innumerevoli sprechi che sono sotto gli occhi di tutti, insomma, sarebbe l'occasione per fare il brillante come solo un faccia di culo quale un qualsiasi ministro fascistissimo può essere, ribaltando qualsiasi logica e etica e buon senso comune, nel tentativo di dimostrare che siamo tutti più poveri all'interno di un sistema realmente pluralistico dell'informazione, ma no. Il nostro non coglie l'opportunità che gli si presenta ghiotta e decide di strafare e sputtanarsi buttando là un: "io CONTESTO il modo in cui è stato realizzato il servizio... Sarebbero potuti andare in altre redazioni e chiedere ad altri giornalisti bla bla bla..." E' evidente che qualsiasi cosa il cocainomane in questione abbia poi affermato (non lo so, ho cambiato canale prima che un demone da me evocato possedesse Gasparri in diretta) non possa essere tenuta in nessuna considerazione. Perchè tu, ministro per grazia ricevuta, non puoi CONTESTARE un servizio confezionato da professionisti che ti presentano una qualsiasi realtà che il tuo operato ha in qualche modo contribuito a creare. Tu devi RISPONDERE, anche se quella realtà non ti soddisfa e non è stato confezionata ad arte dai tuoi soliti 4 sodali leccaculo, qualsiasi cosa ti venga mostrato, qualsiasi cosa di cui ti venga richiesta spiegazione a proposito del tuo operato tu devi RISPONDERE, e non cazzeggiare. Per giustificare almeno in minima parte gli stramaledetti soldi che ti pigli per fare danni e fare schifo a spese dei contribuenti.

Lui CONTESTA che dei cittadini della Repubblica a cui toglie spazi di libertà, ossia giornalisti e utenti che leggono il giornale o che anche non leggendolo vorrebbero che comunque esistesse - e ricordiamo che il minchione fa capo a un gruppo di potere che chiama sè stesso Popolo delle libertà! Qui non possiamo far altro che rivoltarci nella tomba che ci stanno costruendo intorno insieme alla carcassa di George Orwell e alla sua intuizione della Neolingua - possano chiedergli conto di qualcosa che lui sta facendo in un modo che a lui non garba. Possano chiedergli conto di qualcosa senza preoccuparsi di pensare a ciò che può infastidirlo o metterlo in difficoltà. Lui CONTESTA che un servizio giornalistico possa essere costruito in modo da non giovare alla sua tesi - non è leale, per lui.

Non è la regola del gioco che conosce meglio e che gli piace tanto: quello in cui tutti sono proni e pronti a riverirlo perchè ministro, e pronti a dargli retta e magari assecondarlo perchè lui poi forse potrebbe fare qualcosa per loro, se proprio fosse in buona.


Sempre che non si siano sbagliati e non lo abbiano scambiato per Neri Marcorè.

domenica 27 luglio 2008

La Dea della vita e della morte



Non ho niente da aggiungere a questa prefazione del libro di Starhawk.
Sento profondamente mio tutto ciò che è scritto qui e mi sorprendo di leggere queste parole a questo punto del percorso che ho intrapreso. Ma quando ti incammini su un sentiero, se ne aprono tanti altri e le coincidenze, gli incontri "fortuiti", si sprecano. Vorrei che più persone possibili leggessero questo brano, che contiene in nuce tali e tante argomentazioni profonde (e da approfondire) da far girare la testa. Buona lettura.

Il sogno nel buio: magia, sessualità e politica
di Starhawk


Mentre scrivo i gatti giocano sulla mia scrivania, si puliscono, spostano le mie carte sul pavimento e poi si addormentano arrotolati, sicuri nell'ambiente a loro familiare. Le loro menti non contemplano la velocità del vento a 500 miglia all'ora o la possibilità che ciò che è loro familiare possa trasformarsi in un attimo in ossa e carni carbonizzate.

Noi non possiamo sentirci sicure come loro. Sui giornali leggiamo cosa succederebbe a una città colpita da una bomba nucleare; dei pesticidi nelle acque dei pozzi; di allerta nucleari causati da errori di computer e di bambini con la salute già danneggiata dagli additivi chimici.

Sembra che il sole stia per scomparire dal mondo di ciascuna di noi e che siamo prossime a perdere ciò che non riusciamo a rivendicare. I nostri atti di poteresembrano fragili comparati ai poteri della distruzione. Ci sono troppi nemici, troppi luoghi dove vengono sotterrati scarti chimici, troppe armi stoccate, troppe persone senza lavoro e senza speranza, troppi stupratori liberi. Troppi di coloro che detengono i grandi poteri non se ne curano. Non si sentono parte di questo mondo.

…in una zona dal perimetro di 8 miglia,sono state distrutte di case in mattoni e legno da venti a 160 miglia all'ora, molte le persone rimaste bruciate…

Anche i piccoli gesti di ogni giorno che normalmente ci danno piacere o sollievo in alcuni istanti possono sfumare nell'orrore. Ci sono delle volte che cammino per la strada, sorrido all'uomo seduto sulla sua veranda che ascolta la radio, ai bambini che mettono degli spiccioli sui binari del tram e alla donna i cui cani giocano coi miei cani .. ma in un attimo .. in un battito di ciglia .. sono spariti. Vedo un flash e poi più nulla – nulla di quelle belle case vittoriane tutte colorate, nulla più di quella gente o della terra sotto le strade. Nulla: solo ceneri e terra bruciata, un vuoto nero. So che non sono sola nel sentirmi a volte sopraffatta dalla mancanza di speranza e dalla disperazione. Sento le stesse paure negli amici, nella mia famiglia, da clienti per vengono per un incontro di counseling. La sofferenza personale di ognuno è mossa da questa grande incertezza: e non abbiamo più la fiducia di lasciare un mondo migliore – di lasciare un mondo vivo ai nostri figli. E comunque bisogna dar da mangiare ai bambini, portare in giro i cani, continuare a lavorare, e allora alziamo le barriere che ci permettono di difenderci da un pensiero insopportabile e andiamo avanti in uno stato di negazione e di intorpidimento. Il lavoro è piatto e noi attentamente evitiamo di interrogarci sui suoi significati e sulla sua utilità, anche se sentiamo che qualcosa di profondo e dolce manca nelle nostre vite, nelle nostre famiglie, nelle nostre amicizie; il senso dello scopo, del potere... se n'è andato. E comunque i bambini crescono, non meno belli di quelli di altre generazioni, e ancora quando mettiamo un seme nella terra, questo mette radici e stelo, foglie, fiori e frutti. Ci sono ancora momenti in cui vediamo che i processi della vita continuano, in cui non possiamo non credere che la vita sia mossa da un potere più forte che il potere dei fucili e delle bombe: un potere che potrebbe ancora prevalere se solo sapessimo richiamarlo.

Questo libro parla di come possiamo richiamare in vita questo potere, un potere basato su un principio molto diverso dal "potere su" e dalla dominazione. Il "potere su" è il potere dei fucili e delle bombe, il potere dell'annientamento che sostiene le istituzioni della dominazione. Il potere che percepiamo in un seme, nella crescita di un bambino, il potere che sentiamo nello scrivere, tessere, lavorare, creare, fare delle scelte, non ha nulla a che fare con le minacce dell'annientamento, ma molto con il significato originario della parola "potere", che deriva dal latino popolare podere (essere in grado di) . E' il potere-che–viene- da-dentro.Ci sono molti nomi per il potere-che-viene- da-dentro, nessuno soddisfacente. Può essere chiamato spirito – ma tale nome implica che sia separato dalla materia, e questa falsa divisione come vedremo è il fondamento delle istituzioni del dominio. Potrebbe essere chiamato Dio – ma il Dio della religione patriarcale è la fonte ultima e il depositario del "potere su". Io l'ho chiamato immanenza, un termine che è vero ma anche troppo freddo e intellettuale. E l'ho chiamato Dea, perché le antiche immagini, simboli e miti della Dea come donatrice di vita, tessitrice, signora della terra e delle piante, dei venti e degli oceani, fuoco, rete, luna e latte… tutto mi parla del suo potere di connessione, sostentamento, guarigione, creazione. La parole Dea rende inquiete molte persone che si definiscono "politiche", perché mplica religione e laicità e può erroneamente evocare il culto di un essere esterno. "Dea" rende inquiete anche persone che si definiscono "religiose" o "spirituali" , perché sa di paganesimo, di sangue, di oscurità, di sessualità e poteri bassi. E comunque il potere-che-viene- da-dentro è il potere del basso, dell'oscuro, della terra; il potere che nasce dal nostro sangue, dalle nostre vite e nel nostro desiderio appassionato per la carne viva dell'altro. E i temi politici del nostro tempo sono anche i temi dello spirito, dei conflitti tra paradigmi o tra i principi ad essi sottesi..

Se la posta in gioco è sopravvivere, la questione cruciale diventa: come rovesciamo non tanto quelli che sono adesso al potere, ma il principio del "potere su"? Come diamo forma a una società basata sul potere-da-dentro? Un cambio di paradigma, di consapevolezza, rende sempre inquiete. E' quando ci sentiamo leggermente timorose o imbarazzate da parole come Dea che siamo sicure di essere sulla traccia di un cambiamento profondo, nella struttura e nel contenuto del nostro pensiero.

Per dare nuova forma al principio di potere su cui la nostra cultura è basata, dobbiamo mettere sottosopra tutte le vecchie divisioni. Le separazioni confortevoli non funzionano più. Le questioni sono più ampie di ciò che i termini religioso o politico implicano; si tratta di vedere le connessioni complesse. Sebbene ci venga detto che questi temi sono separati, che lo stupro è separato dalla guerra nucleare, che la lotta delle donne per una paga adeguata non va insieme alla lotta di un giovane nero per trovare un lavoro o alla lotta per evitare che venga installato un reattore nucleare in un sito soggetto a terremoti in una zona vulcanica delle Filippine, in realtà tutte questi aspetti diversi sono tenuti insieme dalla consapevolezza che dà forma alle nostre relazioni di potere. Queste relazioni a loro volta danno forma ai nostri sistemi economici e sociali; alla nostra tecnologia; alla nostra scienza, alla nostra religione, alle nostre visioni di uomini e donne; alle nostre visioni di razze e culture diverse dalle nostre; alla nostra sessualità; ai nostri dèi e alle nostre guerre, che attualmente stanno dando forma alla distruzione del mondo. Io chiamo questo tipo di consapevolezza alienazione (estrangement) , perché la sua essenza è quella di non farci vedere/sentire parte del mondo. Siamo stranieri alla natura, agli altri esseri umani, a parti di noi stesse. Vediamo il mondo come formato da parti non viventi, separate, isolate, che non hanno valore in sé (non sono neppure morte – perché la morte implica la vita). Tra queste cose di per sé separate e senza vita, le uniche relazioni di potere possibili sono quelle della manipolazione e della dominazione.

L'alienazione è il culmine di un lungo processo storico. Ha le sue radici nel passaggio nell'Età del Bronzo dalle società matrifocali, culture centrate sulla terra le cui religioni erano centrate sulle Dee e gli Dèi incarnati nella natura, alle culture urbane patriarcali di conquista, i cui Dèi ispiravano e sostenevano la guerra. Yahveh del Vecchio Testamento è un primo esempio: prometteva al suo Popolo Eletto il dominio sulle piante, sulla vita animale e sulle altre genti che Lui stesso incoraggiava a invadere e conquistare. La Cristianità ha approfondito questa divisione, stabilendo la dualità tra spirito e materia, quest'ultima identificata nella carne, nella natura, nella donna, e nei commerci sessuali con il diavolo e le forze diaboliche. Dio era maschio – incontaminato dal processo della nascita, dal nutrire, dalla crescita, dalle mestruazioni e dal decadimento della carne. Era rimosso da questo mondo nel regno trascendente dello spirito .. da qualche altra parte. In tal modo la bontà e i veri valori sono stati distolti dalla natura e dal mondo.

Così scriveva Engels: "La Religione è essenzialmente lo svuotamento dell'uomo e della natura di tutti i contenuti e il trasferimento di questi contenuti al fantasma di un Dio distante, che talvolta concede la grazia e acconsente che qualcosa della sua abbondanza arrivi al genere umano e alla natura." La rimozione del contenuto e del valore è servita come base per lo sfruttamento della natura. La storica Lynn White afferma che "gli spiriti negli oggetti della natura, che prima avevano protetto la natura dall'uomo, evaporarono" sotto l'influenza della Cristianità, "e il monopolio dell'uomo sullo spirito in questo mondo fu confermato e le vecchie limitazioni allo sfruttamento della natura si sgretolarono. " I boschi e le foreste non furono più sacri. Il concetto di bosco sacro, dello spirito incarnato nella natura cominciò a essere considerato idolatria. Ma quando la natura è svuotata di spirito, le foreste e gli alberi diventano semplicemente legno, qualcosa da misurare in centimetri cubi, valutato sulla base della redditività e non per il suo esserci, la sua bellezza o anche per la sua parte in un ecosistema più ampio. La rimozione del contenuto dagli essere umani ha consentito la formazione di relazioni di potere in cui gli esseri umani possono essere sfruttati. Il valore inerente, l'umano, è riservato a certe classi, razze, al sesso maschile; quindi il loro "potere su" gli altri è legittimato. L'immaginario maschile di Dio autentica gli uomini come portatori dell'umano e legittima l'uomo a dominare. Il Dio bianco, l'identificazione del buono con la luce e del demonio con l'oscurità, identifica il bianco come il portatore di umanità e legittima la supremazia dei bianchi su quelli di colore. Anche se non crediamo più letteralmente in un Dio bianco e maschio, le istituzioni della società incarnano ancora la sua immagine nelle loro stesse strutture. Le donne e la gente di colore non sono presenti agli alti livelli delle gerarchie che gestiscono il "potere su". La nostra storia, la nostra presenza può essere cancella, ignorata, considerata insignificante. Il contenuto della cultura è la storia e l'esperienza degli uomini bianchi di classe elevata. La sofferenza di tutti coloro che sono visti come altri - i poveri, le classi operaie, le lesbiche e i gay, i disabili, quelli etichettati come malati mentali, l'arcobaleno delle razze, delle religioni e dei diversi patrimoni etnici, tutte le donne, ma specialmente quelle che non rientrano nei ruoli culturali definiti - non è solo quella della discriminazione diretta, è la pena di essere negati ancora e ancora. E' la pena di sapere che le nostre preoccupazioni non saranno considerate fino a quando noi stessi non le solleveremo e anche allora saranno viste come periferiche e non centrali, alla cultura, all'arte, alla politica.

* * *
Noi stesse dubitiamo del nostro contenuto, dubitiamo delle prove dei nostri sensi e delle lezioni della nostra esperienza. Vediamo le nostre motivazioni e i nostri desideri come inerentemente caotici e distruttivi, bisognosi di repressione e controllo, proprio come vediamo la natura come una forza selvaggia e caotica, che necessita di un ordine imposto dagli esseri umani.

Nel libro La Morte della Natura, Carolyn Merchant ricostruisce passo dopo passo il modo in cui la scienza moderna e i bisogni economici del capitalismo nei secoli XVI e XVII spostarono la "metafora normativa" del mondo da quella di "organismo vivente" a quella di "macchina senza vita". Tale spostamento di prospettiva, accompagnato e aiutato dalla persecuzione delle streghe, permise uno sfruttamento della natura su una scala mai vista prima…La metafora della "macchina", del mondo visto come di un agglomerato di parti isolate non viventi e che si muovono ciascuna per sé è cresciuta in un contesto cristiano in cui divinità e spirito erano stati già rimossi dalla materia. E la scienza moderna ha dato il colpo finale allo spirito quando ha proclamato la morte di Dio dopo che aveva risucchiato tutta la vita dal mondo. Non è rimasto più nulla, se non cadaveri da discarica e le strutture gerarchiche delle nostre istituzioni – Chiesa, esercito, governo, corporations – tutte incarnazioni del potete autoritario, tutte conformate all'immagine del Dio Patriarcale con le sue truppe subordinate di angeli, impegnati in una guerra perpetua contro il Demonio Patriarcale.
Non ci vediamo più come esseri di seppur dubbia dignità, come difettose immagini di Dio, ci immaginiamo secondo la metafora della macchina come computer difettosi con programmi imperfetti nell'infanzia. Siamo nel mondo vuoto descritto fino alla nausea dall'arte, letteratura e musica del ventesimo secolo, da Sartre ai Sex Pistols. In un mondo vuoto, ci fidiamo solo di quello che può essere misurato, contato, acquisito. Il principio organizzatore della società diventa ciò che Marcuse ha definito il principio di prestazione, la società è stratificata secondo le prestazioni economiche dei suoi membri. Il contenuto è rimosso dal lavoro, che non è organizzato secondo la sua utilità o il suo vero valore, ma secondo l'abilità di creare profitti. Coloro che effettivamente producono prodotti o offrono servizi sono meno remunerati di coloro che sono impegnati nel gestire o contare questa produzione o stimolare falsi bisogni. Ci viene detto ad esempio nelle pagine dei giornali economici che il Vice Presidente di una azienda petrolifera nega di far parte del business che fornisce combustibile ed energia agli Americani e si vanta di essere nel business del profitto per i propri investitori. La scienza e la tecnologia, basate su principi di isolamento e dominazione della natura, producono raccolti e legna usando pesticidi e erbicidi che causano difetti alla nascita, danni ai nervi e cancro quando si infiltrano nei nostri cibi e nelle forniture d'acqua. Reclamando un ordine superiore di razionalità, i tecnologi costruiscono reattori nucleari che producono scorie che rimangono dannose per un quarto di milione di anni e mettono queste scorie in contenitori che durano dai trenta ai cinquanta anni. L'alienazione permea il nostro sistema educativo, con le sue discipline separate e isolate. L'alienazione determina la nostra comprensione della mente umana e le capacità della coscienza, la nostra psicologia. Freud vedeva gli istinti umani e la libido come forze essenzialmente pericolose, caotiche e in conflitto con il "principio di realtà" dell'ego. I comportamentalisti ci assicurano che siamo solo ciò che può essere misurato – solo comportamenti e schemi di stimolo e risposta. Jung ha sostituito un Dio trascendente con un set di archetipi trascendenti, un piccolo miglioramento, ma che ancora ci lascia intrappolate in stereotipi e rigidi ruoli sessuali. La sessualità, sotto il dominio di Dio Padre è identificata con il suo Opposto - con la natura, la donna, la vita, la morte, la decadenza - tutte quelle forze che minacciano l'astrazione incontaminata di Dio e sono quindi considerate peccato. Nel mondo vuoto della macchina, quando anche le strutture delle religioni decadono, il sesso diventa un'altra arena della prestazione, un'altra merce da acquistare e vendere. L'erotico diventa pornografico; le donne sono viste come oggetti vuoti di valore ad eccezione di quello per cui possono essere usate. L'arena sessuale diventa luogo di dominio, carico di rabbia, paura e violenza. E così noi viviamo le nostre vite sentendoci senza potere e inautentiche, sentendo che le persone reali sono da qualche altra parte, che i personaggi delle telenovelas o le conversazioni nei programmi televisivi serali sono più reali che la gente e le conversazioni delle nostre vite. Crediamo che le star del cinema, le rock star, la gente sui giornali vivano la verità e il dramma del nostro tempo, mentre noi esistiamo come ombre e le nostre uniche vite, le nostre perdite, le nostre passioni che non possono venir contate o misurate, non sono approvate o classificate o vendute con uno sconto, non crediamo che siano i veri valori del mondo. L'alienazione permea la nostra società così fortemente che sembra essa stessa essersi fatta coscienza. Anche il linguaggio di altre possibilità scompare o viene deliberatamente distorto. Eppure un'altra forma di coscienza è ancora possibile. In effetti esiste, anche nell'occidente, da tempi antichi, sepolta sotto ai diversi strati di diverse culture ed è sopravvissuta fino a qui. Questa è la coscienza che io chiamo immanenza - la consapevolezza del mondo e che tutto in esso è vivo, dinamico, interdipendente e infuso di energie mobili: una creatura vivente, una danza che si intreccia. La Dea può essere vista come un simbolo, la metafora normativa dell'immanenza. Rappresenta il divino incarnato nella natura, negli esseri umani, nella carne.La Dea non è in una immagine, ma in diverse – una costellazione di forme e associazioni – terra, aria, fuoco, acqua, luna e stelle, sole fiore e seme, salice e melo, nero, rosso, bianco, Giovane Madre e Vecchia Saggia. Tra i suoi aspetti include il maschile: egli è figlio e consorte, cervo e toro, grano e mietitore, luce e oscurità. E comunque la femminilità della Dea è primariamente non denigrativa del maschio, perché rappresenta la possibilità di portare la vita nel mondo, di dare valore al mondo. La Dea, la Madre come simbolo di quel valore, ci dice che il monto stesso è il contenuto del mondo, il suo vero valore, il suo cuore, la sua anima. Storicamente, le culture centrate su Dee e Dèi incarnati nella natura, stanno alla radice di tutte le successive culture patriarcali. Le immagini della Dea sono le prime immagini di culto conosciute, a partire dai siti paleolitici. Gli inizi dell'agricoltura, della tessitura, della ceramica, della scrittura, delle costruzioni, delle fondazioni delle città – tutte le arti e le scienze sulle quali si sono poi sviluppate le "civiltà" – ebbero inizio nelle culture della Dea. Quando il patriarcato divenne la forza di dominio nella cultura occidentale, permanenze della religione e delle culture basate sull'immanenza furono preservate dai pagani (dal latino paganus, rustico o abitante delle campagne), negli usi e costumi del folclore, nelle tradizioni esoteriche e nelle congreghe delle streghe. Le culture dei Nativi Americani e delle tribù in Africa, Asia e Polinesia erano anch'esse basate su una visione del mondo immanente, che vedeva lo spirito e il potere di trasformazione personificati nel mondo naturale. Ironicamente, con l'avanzamento della scienza e della tecnologia alienate, proprio esse hanno iniziato a riportarci una consapevolezza dell'immanenza. La fisica moderna non parla più di atomi separati, divisi, di materia morta ma di onde di energia, di probabilità, di modelli che cambiano quando sono osservati; riconosce quello che Sciamani e Streghe hanno da sempre saputo: che la materia e l'energia non sono forze separate, ma forze della stessa sostanza.

L'immagine della Dea colpisce alla radici l'alienazione. Il vero valore non può essere trovato in qualche lontano paradiso, in qualche astratto mondo ultraterreno, ma nei corpi femminili e nella loro prole, maschi o femmine, nella natura e nel mondo. La natura ha un suo ordine, di cui gli esseri umani sono parte. La natura umana, i bisogni, le motivazioni e i desideri non sono impulsi pericolosi che hanno bisogno di repressione e controllo, ma sono l'espressione di un ordine inerente all'essere. L'evidenza dei nostri sensi e la nostra esperienza sono l'evidenza del divino – l'energia in movimento che unisce tutti gli esseri. Per le donne, il simbolo della Dea è profondamente liberante, restaura un senso di autorità e di potere nel corpo femminile e nei processi della vita: nascita, crescita, il far l'amore, l'invecchiamento e la morte. Nelle culture occidentali l'associazione di donne e natura è stato usata per svalutare entrambe. L'immagine della Dea immanente conferisce sia alle donne che alla natura un valore più alto. Allo stesso modo, la cultura non può più essere vista come qualcosa di lontano o opposto alla natura. La cultura è un risultato della natura – un prodotto dell'essere umano che è parte del mondo naturale. La Dea della natura è anche la musa, l'ispirazione della cultura e le donne sono a pieno titolo partecipi alla creazione e alla promozione di cultura, arte, letteratura e scienza. La Dea come madre personifica la creatività e tutti i processi della nostra vita, il nostro diritto di scegliere coscientemente come, dove e cosa vogliamo creare. L'immagine femminile della divinità in nessun modo fornisce una giustificazione dell'oppressione degli uomini. La femmina che dà la vita al maschio include il maschio in un modo in cui le divinità maschili non possono includere il femminile. La dea dà la nascita a un panteon che è inclusivo, non esclusivo. Non è un Dio geloso. E' spesso vista anche nel suo aspetto maschile – figlio o consorte. Nella stregoneria l'aspetto maschile si manifesta come il Dio con le corna, il dio della vita animale, dei sentimenti e dell'energia vitale. Manifestandosi in esseri umani e nella natura, la Dea e il Dio restituiscono il contenuto e il valore alla natura umana, alle pulsioni, ai desideri e alle emozioni. Dire che qualcosa è sacro è dire che noi rispettiamo, curiamo e diamo valore ad esso per il suo essere. Quando il mondo è visto come fatto di esseri di valore, viventi, dinamici, interconnessi, il potere non può essere "visto come qualcosa che la gente ha – i re, gli zar, i generali che tengono il potere come si tiene un coltello"! Il potere immanente, il potere-da-dentro, non è qualcosa che abbiamo ma qualcosa che possiamo fare. Noi possiamo scegliere di cooperare o di ritirarci dalla cooperazione con qualsiasi sistema. Il potere delle relazioni e delle istituzioni dell'immanenza deve sostenere e incoraggiare l'abilità degli individui di dare forma alle scelte e alle decisioni che li toccano. E quelle scelte devono riconoscere l'interconnessione degli individui in una comunità di esseri e le risorse che hanno un valore inerente. E' una sfida cercare di creare la visione di una società basata su questo principio. Le implicazioni sono radicali e vanno lontano, perché tutto le istituzioni dell'attuale società, da quelle più oppressive a quelle più benevole, sono basate sull'autorità che alcuni individui detengono e che consente loro di controllare gli altri.


* * *Abbiamo ragione di sperare. Le forze della distruzione sembrano grandi, ma contro di queste abbiamo il nostro potere di scegliere, la nostra volontà umana e l'immaginazione, il coraggio, le nostre passioni, la nostra volontà di agire e amare. Non siamo, davvero, stranieri in questo mondo. Siamo parte del cerchio. Quanto piantiamo, quando tessiamo, quando scriviamo, quando facciamo un figlio, quando organizziamo, quando guariamo, quando corriamo nel parco mentre le sequoie traspirano un velo di nebbia, quando facciamo quello che abbiamo paura di fare, noi non siamo separati. Noi siamo del mondo e l'uno dell'altra e il potere dentro di noi è grande, se non invincibile. Anche se siamo feriti, possiamo guarire; anche se ognuno di noi può essere distrutto, dentro tutti noi c'è il potere del rinnovamento. E c'è ancora tempo di scegliere questo potere.

(Estratto dall'Introduzione a "Dreaming the Dark: Magic, Sex and
Politics". Tradotto da Anonima Network Bologna, Giugno 2008)

martedì 17 giugno 2008

Il Divo


Il Divo è Toni Servillo, attore strepitoso che perde la sua faccia e la sua voce dietro la maschera del Divo vero, il Divo Giulio.

Andreotti è una persona o una caricatura mefistofelica del Potere?

Ogni tanto appare sullo schermo come una persona, uno che si riempie di aghi d’agopuntura per sconfiggere le sue croniche emicranie e che guarda insieme alla moglie Renato Zero in tv che canta “I migliori anni della nostra vita”. Ma poi appare all’improvviso nell’ombra delle stanze come Nosferatu e sì, vien da chiedersi cosa gli sia rimasto d’umano.

Andreotti è un personaggio, una metafora, una caricatura: fa sorridere con le sue battute lapidarie e per via della figura macchiettistica. Ma è inquietante per ciò che nasconde, per le manovre sotterranee, per la partecipazione attiva all’inquietante realtà di un Paese opaco e segnato dai lutti, dove le verità pubbliche vengono solo sussurrate e poi nascoste sotto il tappeto dell’omertà, del tempo, del privilegio particolare. Una figura come questa, non la si poteva inventare.

Il regista Paolo Sorrentino segue la strada di Rosi, Petri e Ferrara, ma il suo stile è adeguato ai tempi, non vibra d’indignazione, non offre soluzioni e non racconta nemmeno la realtà così com’è: sceglie di concentrarsi su un personaggio verso cui si può solo alludere e l’esercizio di stile è provare a immaginare cosa nasconda. Così tutto si presenta evocativo, mai chiaro e ciò che al contrario appare chiarissimo, per contrasto sconfina nel grottesco. La visuale non è documentaristica né narrativa, ma immaginifica, con sprazzi di fumetto e arte grafica: basta guardare come sfilano quei loschi figuri della corrente andreottiana, in pieno stile Quentin Tarantino, padroni della scena, indistruttibili: da “Lo Squalo” a “Sua Sanità”, da Salvo Lima a Cirino Pomicino, dipinto come un brillante festaiolo che inciucia con chiunque e che, se gli gira, si mette a correre per poi scivolare sul lucido pavimento di marmo dei Palazzi.

Cadranno tutti, tranne Lui.

C’è una Roma oscura e un po’ perversa, che Andreotti percorre seguito dalla scorta, camminando lentamente e leggendo sui muri le scritte che lo riguardano e che di solito non sono benevole né acclamanti. Egli riesce a farsi scivolare addosso mezzo secolo di storia e di morti con la flemma di chi sa ma non dice, di chi sente ma non parla, di chi archivia tutto in uno stanzino buio e da cui tutti devono guardarsi, sempre circondato da sospetti ma esente da danni, sopravvive a sé stesso e anche a tutti i suoi nemici, amici e affiliati. Sopra tutto, così dice, la volontà di dio.

Egli è sempre rigido, immutabile. Affronta allo stesso modo i momenti di gloria, le feste scatenate dei salotti romani, la delusione e la frustrazione per non essere stato eletto Presidente della Repubblica e perfino il processo che lo vede indagato per collusione con la mafia. Il nostro sembra sapere che ne uscirà sempre indenne e uguale a sé stesso. Ma questo film prova a spiegarci la differenza fondamentale fra lui, che è sopravvissuto, e tutti gli altri, che sono caduti, come Moro, Falcone e Borsellino, Pecorelli: loro cercavano la verità, erano fissati con la verità, e la verità a quanto pare in questo paese è sempre meglio occultarla e non stuzzicarla perché non porta mai a niente di buono.

E’ un’opera che gioca brillantemente su contrasti tutti nostrani e cambi di registro improvvisi, l’orrore delle bombe e delle sparatorie è amplificato dalla musica elettronica, gli eventi tragici come l’assassinio di Moro compaiono dal buio della memoria e degli anni e si palesano dietro gli angoli bui, in attesa. Il regista immagina che Andreotti sia perseguitato da un unico fantasma, proprio quello del suo compagno di partito Aldo Moro, il quale gli appare mentre si guarda allo specchio e la cui voce, che legge terribili lettere d’accusa nei suoi confronti dal covo delle Br, continua a rimbombare.

domenica 25 maggio 2008

Oltre il parto, la beffa


Ho guardato per 10 minuti "Otto e mezzo", c'era la Ritanna Armeni che si gasava per via di questo libro sulla paura del parto, presente l'autrice tale Malvagna, poi anche la giornalista delle colonnine femminili che vorrebbero essere ironiche e à la page Annalena Benini, e il co-conduttore Lanfranco Pace, collaboratore de "Il Foglio" proprio come la suddetta Benini. Perlomeno, Ferrara ha avuto il buon gusto di eclissarsi.
Diciamo che il libro in sè sarebbe anche meritorio, denuncia infatti la medicalizzazione eccessiva del parto in Occidente e in Italia soprattutto, patria del cesareo facile e non motivato da condizioni mediche quanto, spesso, dalle esigenze ospedaliere della serie "famo presto". Bene, come è stata affrontata la discussione? La Benini non ho capito cosa ci stava a fare. Forse pensava che le avrebbero lasciato scrivere una rubrichetta ironica e à la page anche dallo schermo. La Armeni era ben contenta dell'argomento, ma purtroppo era obbligata a tirare in mezzo pure il tizio che conduceva con lei, che ovviamente, piuttosto che pensare di aver qualcosa da imparare sull'argomento, si agitava sommamente a disagio e si sentiva in obbligo di intervenire a sproposito con provocazioni di cui non si sentiva il bisogno. Io ne ho sentite un paio, prima di cambiar canale inorridita. E a questo punto mi sono beccata la Leosini che intervistava un malato di mente, per fortuna al gabbio come è d'uopo, con metà viso e cranio completamente rasati e l'altra metà con capelli e folta barba, da brivido. Costui era nientemeno che il "collezionista di anoressiche", fate voi.

Ma torniamo a Lanfranco Pace e al parto. Dicevo, forse hai qualcosa da imparare no? Forse è un argomento su cui non sai granchè, scusami se mi permetto. Ma no. L'ometto spocchioso si rivela subito. La Malvagna denuncia che la donna è stata defraudata di un ruolo, resa insicura da decenni di prostrazione al Verbo della medicina ufficiale (maschile, ça va sans dire), trattata come una demente che va guidata dall' inizio alla fine e che non prenda mai iniziative o avanzi richieste, per carità, perchè è una povera ignorante? La Malvagna afferma che il corpo della donna viene svilito da una pratica medica istituzionalizzata che non la mette in condizione di gestire il travaglio e il parto con la massima serenità possibile, confidando nelle risorse del suo corpo fisiologicamente strutturato per assolvere al compito? E che l'eccessivo numero di cesarei nel nostro paese (40% dati alla mano, contro un 15% che l'Oms ritiene cifra limite) è figlio di questa mentalità di svilimento della donna e di controllo della sua fisicità? Bene, allora con cosa salta fuori l'ometto in questione, della serie coda di paglia lunga un chilometro (sei un medico? Ginecologo? Pratichi regolarmente cesarei? Parrebbe di no, se sei qui a blaterare, e strapagato per giunta): "Ma allora sono le donne stesse che hanno questa mentalità, perchè loro vogliono il cesareo per non soffrire le doglie!" Bingo!

Il nostro, che si agitava sulla sedia come in preda a emorroidi, ha trovato la frasetta che gli risolve il problema di disagio che la discussione gli provoca (sottinteso: donne, è una cosa sporca e imbarazzante parlare di parto di fronte a un uomo, oh! Non scherziamo! Sono qui, ma vorrei essere lontano un chilometro, la cosa non mi riguarda affatto), assolvendolo da qualsiasi questione e retropensiero che lui, in quanto uomo, ha già cominciato a macinare:

Qualcosa devo pur dire, ma cosa? Come uscirne? Non ho ascoltato una parola.
Accusare le donne, e in fretta. Approfondire? Ammettere i miei limiti di comprensione dell'argomento? Non sia mai! Sono o non sono un uomo? Avrà pensato il nostro, mentre si grattava il culo.

Invano l'autrice del libro cerca di fargli comprendere che il cesareo è un'operazione chirurgica vera e propria, con tutti i rischi che comporta, che spesso viene anche praticata senza chiedere il consenso, che non si tratta propriamente di una passeggiata di salute... Che dopo il cesareo passi anche due o tre giorni a letto con una ferita che duole da far paura (e questo l'aggiungo io, viste le esperienze di amiche) e nessuna è così imbecille da chiederlo al medico, se non è il medico stesso a presentartelo come alternativa facile e sicura. Ma no. L'omino si sgrava sempre dell'imbarazzo rigirando la frittata, è nella sua natura di genere e alcuni sono dotati di questa capacità in modo particolare, Lanfranco Pace docet.

Difatti questo è ancora niente. Mi sono persa via per un paio di minuti dietro le circonlocuzioni della mia mente e quando ho riportato l'attenzione sulla trasmissione, il nostro, con un salto iperbolico raccapricciante ma di notevole presa, che in realtà non sono ancora riuscita a spiegarmi, stava disquisendo amabilmente sulla EROTICITA' della gravidanza.
Praticamente di quanto a lui facciano sangue le donne con la pancia, mettendola giù del tipo "il tasso erotico della donna in gravidanza". Il tasso erotico?!? Cioè, tu sei un depravato che si arrapa a guardare le donne incinte, ma basta girare la frittata, et voilà, sono le donne incinte ad avere un alto tasso erotico! Io ho come l'impressione che le donne incinte abbiano altro a cui pensare testa di minchia.

Bè, dopo tanta tristezza e costernazione, giro sul collezionista di anoressiche dalla faccia doppia. Guardo lui, guardo la Leosini. Franca. Oh Franca. Che ce tocca de vedè, che ce tocca de sentì.
E il peggio forse deve ancora venire.